Zenith

affannato mi trascino verso me mentre nessuno può osservarmi, tantomeno lampioni e anabbaglianti.

mi distraggo da sopra una panchina inabissata nell’assenza di colore sennonché quello che le delega il buio.

mi volto ogni undici combustioni, poi ogni tre, poi ognuna, fingendo fili logici lì dove in irrealtà non trovo che caso.

mi volto ogni mai, adesso ogni zero combustioni, ogni quanto basta affinché non possa esistere una serie perfettamente calcolabile da chiunque abbia le giuste formule.

poi mi volto e non vedo che un’unica equazione in cui vige l’entropia.

sarebbe improbabile che prima ancora che sporadicamente iniziassi a voltarmi ne potesse esistere già uno schema, relegato a nascondersi sotto il caso.

sarebbe improbabile che il mio voltarmi un numero indefinito di volte, ogni qual volta per un periodo di tempo indeterminato e variabile, mantenendo una frequenza altrettanto aleatoria, potesse già essere, ovunque, preesistente.

eppure non siamo che conseguenze complesse, perciò il problema non rimane che il tempo di calcolo.

il caso esiste soltanto lì dove non si può trovare il giusto schema. il sistema corretto. il diagramma rappresentativo.

siamo algoritmi biochimici cristallizzati sottoforma di prismi circoncentrici.
forme circoscritte in altre forme.
ogni lato è dinamico e malleabile ma soltanto nei limiti delle conseguenze.
così che aldilà della percezione, ogni angolo è agli antipodi dell’opposto e il prisma si spoglia in poligono.

la profondità esiste soltanto dove ciò che si riflette nelle iridi non si riesce ad incastrare in due sole dimensioni. è illusoria.

le facce del prisma sono correlate tra loro dalle sfumature della luce, gli spigoli esistono soltanto se sfuggono alle ombre.
ciò che varia è la gradazione dell’angolo con cui le onde elettromagnetiche si divincolano dalla fonte e precipitano sul prisma.
siamo conseguenze delle strutture e della fotografia, null’altro.

la comprensione è nelle posizioni esatte delle fonti di luce, nei dettagli del lato che momentaneamente gode di illuminazione diretta.

occhiali da sole per prendermi gioco di un dado. lenti oscurate come se chiudessi gli occhi. occhiaie che da sole non bastano per capire quale delle facce sia colpita dalla luna.

prende fuoco lo sfondo poi sfuoco punti di vista finché rimane nulla eccetto il caos.

mi volto.

 

Luca

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