Vittime della routine

Il lenzuolo affogato nelle sgualciture, una venatura creatasi nel contrarsi del cotone raffigurava chiaramente quanto ormai fosse stufo di essere rimboccato, non desiderava nulla di più del poter navigare nel caos della sua vera natura facendo colare del grigio su ogni cerchio perfetto di quel cerchio concentrico, schiavo dell’esistenza, che è l’esistenza stessa.

La follia del non voler perdersi neanche un attimo che ti riduce a bruciare ogni fotogramma passato per liberare memoria, come fossi un cazzo di hard disk, freddo, inanimato, immobile.

Sul comodino pezzi di cuore, ghiaccio squagliato, neuroni sparsi come puntine su di una sedia, una sedia in plastica blu senza il classico spazio che solitamente tiene distanziata la parte inferiore dallo schienale.

Vorrei ascoltare della musica ma tutto ad un tratto, dopo giorni divorati dalle così odiate abitudini, ho sonno.

Cosa ti trascina dentro quel letto se poi non riesci a sognare?

Vorrei che il mio lenzuolo potesse proteggermi ancora dai miei demoni ma vorrei allo stesso tempo non averne mai avuto uno.
Scaravento a terra il lenzuolo soltanto per soddisfare il mio organismo drogato di irrealizzabilità con dell’adrenalina di prima qualità.

L’adrenalina causata dalla paura, sensata o insensata che sia, è la sostanza psicoattiva più pericolosa ch’io abbia mai provato, priva il cervello d’ogni concezione della realtà, perdi il controllo del corpo e riesci a realizzare cosa sia davvero successo soltanto quando ti ritrovi per l’ennesima volta sdraiato sul fianco destro, col cuscino che prova a soffocarti, ma col cazzo che cedi, continui a tormentarti senza arrivare a nessuna conclusione che non sia il voler riuscire a dormire.

Non svegliarmi, fatti un incubo con me, piuttosto.

 

Luca

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