per·fe·zio·nì·ṣmo

plasmare la realtà rendendola prigioniera di un dipinto, precipitato su una tela nera, disegnandomi schiavo di un irrefrenabile bisogno somatico come può esserlo quello del dormire o del fumare.

modellare necessariamente ogni istante sublimandone la percezione come mi trovassi davanti l’ultima possibile esalazione di nicotina.

“Me s’è spenta, me fai accenne?” 

pigmenti intrappolati in fini grane di lino assorbono la luce, incastrati in quattro assi di legno, graffiati da setole sporche della più irreale combinazione di tonalità, luminosità e saturazione.

nulla, su una tela nera, risalta più del bianco e allora ciclicamente azzero la verità – non sia mai me so’ perso qualcosa – affievolendo convinzioni attraverso l’ossessiva analisi delle loro cazzo di antitesi.

inseguire l’apogeo del contrasto immaginandolo sotto forma di una dicotomia sovrapposta su sé stessa.

“See, è complicato ma almeno se nota deppiù”

sinapsi invase dall’eccessiva ricerca di un’irreperibile perfezione lasciano morire attimi dimenticandosi di come goderne.

la perfezione è delimitata dall’assenza di errori, ed essendo un errore non che un’eccezione mal gestita, o non gestita affatto, essa può esistere solo entro i limiti determinati dai bordi dell’ambiente in cui viene bramata, ed è nell’istante in cui si pone una simile condizione che il tutto inciampa in una concezione di quasi soggettività e smette, di conseguenza, d’essere definibile perfezione.

“Aa perfezione n’esiste”

 

Luca

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