Nessuno

L’annichilimento dell’integrità individuale

 

NUMMERI

– Conterò poco, è vero:

– diceva l’Uno ar Zero –

ma tu che vali? Gnente: propio gnente.

Sia ne l’azzione come ner pensiero

rimani un coso voto e inconcrudente.

lo, invece, se me metto a capofila

de cinque zeri tale e quale a te,

lo sai quanto divento? Centomila.

È questione de nummeri. A un dipresso

è quello che succede ar dittatore

che cresce de potenza e de valore

più so’ li zeri che je vanno appresso.

Trilussa – 1944

 

Negli ultimi vent’anni, l’esponenziale diffusione dei sistemi informatici ha generato uno stato di iperconnessione tra gli individui, che hanno definitivamente rinunciato alla propria singolarità pur di aderire alla comodità offerta dalle tecnologie moderne nelle scelte di vita quotidiane.

Ogni essere umano è attualmente ridotto ad essere un numero all’interno di enormi banche dati, categorizzate attraverso una segmentazione per macrogruppi.

L’aspetto fondamentale di questi macrogruppi è la loro distinzione per interessi e caratteristiche socio-demografiche dei vari individui, in quanto ogni suddivisione rappresenta una differente tipologia di consumatore.

Queste banche dati, in cui è presente chiunque abbia una connessione ad internet, vengono appunto utilizzate per recapitare offerte mirate di beni o servizi direttamente a chi si rileverà più propenso all’acquisto.

Le ormai consolidate intelligenze artificiali, analizzando i gusti del consumatore, possono scegliere ciò che è più adatto per quest’ultimo per poi attirarne l’attenzione con efficaci offerte pubblicitarie.

Il consumatore non sa bene ciò che vuole, se non orientativamente, poiché l’enorme quantità di prodotti che si possono trovare attualmente sul mercato causano uno stato di confusione nell’individuo, vittima della sovrainformazione moderna.

Ma perché un individuo acquista un determinato prodotto anziché un altro, anche se entrambi svolgono la stessa funzione, tra l’altro in maniera quasi o del tutto analoga? Perché c’è chi preferisce mangiare da McDonald’s anziché da Burger King e chi preferisce acquistare un iPhone piuttosto che un dispositivo Android?

Ogni importante brand ha ormai un’identità ben definita, grazie ai valori che ha scelto di veicolare attraverso l’utilizzo di strumenti mediatici quali la televisione, la radio o internet, durante le proprie campagne pubblicitarie e di comunicazione.

Ogni consumatore ha una percezione chiara e solida dei brand, quantomeno di quelli più famosi e rilevanti.

Se si pensa, per esempio, a Nike non si può evitare di associare, talvolta inconsciamente, il celebre marchio alla concezione di sport che l’azienda ha sempre sostenuto, anche attraverso l’utilizzo di slogan come “Just do it”.

Viene automatico pensare che in realtà siano le preferenze sensoriali, come per esempio il gusto o l’estetica, a determinare le scelte degli individui.

In parte è vero, in quanto seppure io condividessi i valori sbandierati da Nike ma non mi piacessero le scarpe che produce, molto probabilmente non le acquisterei.

Ma se, invece, si prendesse una felpa che soddisfa il mio senso estetico e la si firmasse con due marchi differenti, una volta con Nike e l’altra con Gucci, quale sceglierei?

Sceglierei, sebbene io abbia una forte identità personale, quella firmata dal brand i cui valori sono più coerenti con l’identità sociale del gruppo in cui principalmente mi identifico, che sia il mio gruppo di amici, la mia famiglia o chi tifa la mia stessa squadra di calcio.

Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è appunto il bisogno di appartenenza, chiamato anche istinto del gregge.
Sentirsi membro di un gruppo sociale, al quale si attribuiscono caratteristiche positive, permette all’individuo di elaborare una propria identità, mantenendo contemporaneamente un’immagine positiva di sé stesso.

Un’altra caratteristica rilevante dell’individuo è la tendenza a ritenere maggiormente validi i comportamenti e le scelte che vedono protagonisti un elevato numero di persone, soprattutto se appartenenti a gruppi sociali a lui affini, come per esempio il culto religioso, la nazionalità o l’ideologia politica.

Robert Cialdini, uno psicologo statunitense che attualmente insegna marketing in un’università dell’Arizona, ha analizzato questo fenomeno in un suo libro chiamato “Le armi della persuasione”, definendolo il principio della riprova sociale.

Personalmente, davanti alla felpa firmata dai due brand sceglierei certamente quella su cui vi è disegnato il simbolo della Nike.  Perchè?

Analizzando i differenti valori ostentati dai due marchi, soprattutto associandoli ai personaggi pubblici che hanno scelto di utilizzare nelle proprie campagne pubblicitarie, individuando poi quali tipologie di persone indossano gli indumenti dei rispettivi brand, la concezione che ho di me stesso non mi permetterebbe di essere a mio agio nel caso in cui indossassi una felpa con su scritto Gucci.

Indossare una felpa raffigurante un marchio anziché un altro permette all’individuo di rafforzare l’idea che ha di sé e quindi di alimentare la sua identità rimanendo coerente con essa.

L’identità è l’unico mezzo che si ha per collocarsi all’interno della società, in quanto rende riconoscibile e ben delineata la percezione che si ha della propria persona.

Il possesso di un’identità dovrebbe permettere la differenziazione di ogni individuo rispetto agli altri.

L’affermarsi della società di massa con il conseguente livellamento e spaesamento dell’individuo, sempre più sradicato in seguito al dilagare dell’urbanizzazione, ha determinato cambiamenti radicali all’interno della società. Una vera e propria mutazione sociale che, parallelamente ai progressi tecnologici, è in continua evoluzione.

Questo fenomeno ha visto i suoi primi sviluppi alla fine dell’Ottocento insieme all’alienazione e alla spersonalizzazione dell’individuo, ridotto a mero esecutore nel mondo del lavoro, a consumatore e passivo spettatore di fronte ai grandi cambiamenti epocali del Novecento come la crisi delle certezze, la perdita delle libertà sotto le dittature e l’esperienza traumatica delle guerre.

Cambiamenti che non solo hanno prodotto il passaggio dal razionalismo positivista all’irrazionalismo ma anche la consapevolezza da parte di tanti intellettuali dell’irreparabile frattura creatasi tra realtà e individuo, che ha determinato, fin dall’inizio, un generale smarrimento dell’identità, intuito e analizzato in particolare da Luigi Pirandello.

Le riflessioni di Pirandello sono state influenzate, in particolar modo, dai ragionamenti dei maggiori responsabili del crollo delle certezze positiviste: Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud e Henri Bergson.

Il positivismo partiva dall’analisi dei fatti materiali considerandoli veri e oggettivi, Nietzsche afferma però che non esistono i fatti in sé ma esiste soltanto la loro interpretazione.

Poiché, essendo l’interpretazione sempre delimitata dalla soggettività dell’individuo, che è storicamente e socialmente condizionata, un’interpretazione non potrà mai essere considerata una verità assoluta.

Secondo il filosofo nulla sfugge all’influenza del caso, perciò la vita è soltanto un circolare susseguirsi di istanti, distinti fra loro, che non rinviano a nessun disegno globale.

Anche Bergson esclude totalmente il finalismo dalle presunte verità del ventesimo secolo, ma la posizione del filosofo che ha influenzato maggiormente la cultura europea è stata la critica alla concezione scientifica del tempo.
Per il positivismo e per la fisica, il tempo è soltanto una successione di istanti identici in un ordine progressivo e rettilineo. Nella coscienza, invece, il tempo non è riducibile all’istante perché esso è principalmente durata, fluidità e simultaneità, annullando così le differenze tra passato, presente e futuro.

Freud analizza la psiche umana, arrivando a fondare la psicoanalisi e a distinguere nell’uomo tre differenti istanze psichiche: Io, Es e Super-Io.

Questa profonda suddivisione rivoluziona totalmente la concezione che si aveva dell’uomo, portando alla luce l’irrazionalità e le contraddizioni celate all’interno di ogni individuo.

L’identità individuale e il concetto stesso di integrità del soggetto entrano quindi in crisi già a partire dagli inizi del Novecento, ciò comportò sin d’allora una problematizzazione del concetto di verità, sottolineando inevitabilmente i limiti della ragione umana.

Pirandello sostiene che la personalità di ogni uomo sia in balia della naturale dinamicità della Vita e che schematizzandola in un’identità definita si finisce, inevitabilmente, nel vivere in una Forma e non si potrà far altro che limitarsi ad indossare delle maschere.

Ognuna di queste maschere è costituita dall’insieme dei condizionamenti morali e comportamentali, necessari nel determinato contesto in cui viene indossata.

Pirandello afferma che l’individuo è costretto a vivere costantemente interpretando dei ruoli, smettendo così di essere una persona e limitandosi ad essere un personaggio.

L’esistenza si riduce quindi ad un susseguirsi di autoinganni, dove l’individuo si impone un continuo adeguamento passivo alla Forma. L’individuo reciterà ripetutamente il ruolo impostogli dalle convenzioni sociali e dai propri ideali morali, cercando di arrestare il continuo fluire della Vita.

Questo dualismo tra Forma e Vita ha accompagnato tutte le opere Pirandelliane.

L’impossibilità di liberarsi dalle maschere è racchiusa nel conseguente isolamento che la società impone all’individuo deviante, che viene considerato folle e viene allontanato.

Il singolo individuo crede che la percezione che ha di sé e la percezione che gli altri hanno di lui sia pressoché la stessa. Pirandello in un suo romanzo del 1925, “Uno Nessuno Centomila”, analizza a fondo il problema. La conclusione della sua ricerca la si può trovare già nel titolo dell’opera.

Ogni essere umano viene recepito nella mente altrui in maniera soggettiva, perciò un individuo non è altro che un insieme di percezioni tutte diverse fra loro, che formano appunto “Centomila” identità.

In contrapposizione alla moltitudine di visioni differenti troviamo l’idea che si ha di sé stessi, che è una soltanto, da qui il pronome indefinito “Uno”.

Questo scontrarsi di false verità percepite però come non fossero tali, portano l’individuo ad essere “Nessuno”.

La perdita d’identità e il bisogno di sfuggire all’anonimato generano oggi quel terreno fertile su cui prospera il grande mercato mondiale, che non vende solo merci ma anche sogni, illusioni, status symbol, maschere, appunto.

Quindi, indosso la mia felpa Nike non solo per ripararmi dal freddo ma anche per identificarmi in un gruppo di appartenenza, per riconoscermi, nella complessa dinamicità degli stimoli e dei modelli di riferimento.

Non si può ignorare che il mercato, la pubblicità e il fenomeno del consumismo in generale sono studiati e controllati da psicologi e sociologi che si sono formati studiando i comportamenti umani anche attraverso l’analisi dei grandi pensatori del Novecento.

Peccato che tanta sapienza sia stata piegata a servire le leggi di mercato.

Il conformismo instauratosi nei gusti e nei comportamenti degli individui, soprattutto a causa dell’utilizzo pluridecennale delle giuste leve psicologiche da parte della pubblicità, che soddisfano l’esigenza di conferma sociale o bisogno di appartenenza, ha annichilito definitivamente il singolo limitandolo ad essere solamente ciò che appare.

L’inconscia necessità di dover ricercare una propria identità in ciò che si possiede piuttosto che in quel che si desidera è osservabile e tangibile anche all’interno dei social network, o meglio, dei servizi che offrono la possibilità di gestire i propri rapporti sociali attraverso l’utilizzo di internet.

Facebook, il social network più famoso di sempre, è una piattaforma basata sulla condivisione di contenuti e sulle impressioni degli utenti, espresse perlopiù attraverso l’utilizzo dei cosiddetti like.

Il like è la trasposizione digitale dell’approvazione sociale, sotto forma di numero. Ogni utente può mettere like a ciò che gli altri condividono e viceversa.

Non è un caso che da quando l’approvazione sociale è diventata quantificabile, internet viene utilizzato come surrogato della personalità e come specchio della vita privata.

Uno di questi specchi è la propria bacheca di Facebook.

La bacheca contiene tutti i contenuti condivisi da un utente sin da quando ha effettuato l’iscrizione al social network.

La funzione principale della bacheca è quella di presentare la propria immagine a chi la visita.

L’utente elabora, con il trascorrere del tempo, un’identità ben definita attraverso la condivisione di foto, video e quant’altro.

Ogni singolo elemento condiviso ha come fine ultimo quello di rafforzare la propria percezione di se stesso, cercando di immedesimarsi nell’ennesima Forma Pirandelliana alimentata dall’approvazione altrui.

A causa della diffusione dello smartphone e dell’ormai socialmente accettato utilizzo compulsivo che se ne fa, è tipico ricercare approvazione sociale per qualsiasi azione venga compiuta e in qualunque contesto ci si trovi, soprattutto attraverso piattaforme come Instagram e Whatsapp che ne permettono un soddisfacimento quasi istantaneo.

Facebook, Instagram e Whatsapp sono attualmente amministrate da un’unica persona: Mark Zuckerberg.

I contenuti che hanno più seguito sono soprattutto quelli che, socialmente, vengono più apprezzati: bellezza, ricchezza, successo.

Ciò causa l’ostentazione continua di quel che si possiede per appagare la fisiologica ricerca di approvazione che è alla base del comportamento umano.

Alcuni personaggi riescono a racimolare numeri così elevati di like da riuscire a instaurare delle vere e proprie forme di idolatria sociale, tipiche del culto della personalità, il fenomeno che ha caratterizzato i totalitarismi del Novecento.

George Orwell, giornalista e scrittore britannico, ha analizzato criticamente questo fenomeno nei suoi due romanzi più famosi: “1984” e “La fattoria degli animali”.

 

Luca

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