DUA•LÌ•ṢMO

Guardo fuori senza sporgeme, poi intravedo i suoi tratti somatici.
Vestito di nero, sotto la luna, fuma.

Strappo le corde vocali mia mentre gli grido di voltarsi, ma vento freddo annulla le parole rendendole soltanto asettico fruscìo.
Le sue occhiaie fissano il vuoto. Sembra non sentirmi, poi urlo più forte.
Involontariamente, lascia cadere la cenere nelle pozzanghere che ha intorno, limitandosi ad evadere dal mondo attraverso la sua artificiosa inespressività.

La velocità del suono è impercettibilmente distorta perché il tempo qui non esiste.
Potrebbero passare anni luce e non me ne accorgerei, non se ne accorgerebbe.
Nuvole cadono quando ormai nessuna massa d’aria tende più nè verso il mare, nè verso l’inferno.
All’improvviso l’assenza d’ognuno degli otto vènti permette al silenzio di precipitare – almeno per un istante.
Foglie interrompono il loro suicidarsi ed io sussurro così forte da logorarmi il diaframma.
Così, immobile e impassibile volge finalmente le sue iridi nelle mie, ruotando di pochi centimetri il collo.

Rabbrividisco e lui rabbrividisce.

Vetri infranti alle mie spalle, razionalmente mi volto.
Vestito di nero, sotto l’illogicità, sorride.

«S’esisto io non può esistere lui» biascico confuso, involontariamente.
«S’esisto io non puoi esistere tu» spiega lui.

 

Luca

 

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